lunedì 17 novembre 2008

Alma Llanera

Alma Llanera è, dopo l'inno nazionale ufficiale, la canzone più famosa del Venezuela, un'aria che fa parte di una Zarzuela e con la quale si conclude in bellezza quasi ogni festa o ricorrenza. Ma è anche il nome di un restaurante venezolano di Madrid, che non avrei mai conosciuto se non avessi conosciuto Oscar.



Oscar è un ragazzo muy amable, come si dice qui, che gestisce l'hostal nel quale sono stata in queste settimane madrilene, strappate alla routine e dedicate al sole che risplendeva nel cielo azzurro e freddissimo della capitale. Sempre preziosa.
Oscar ha la mia età ed è stato, incredibilmente, un po' la mia famiglia in questi giorni, mi ha dato indicazioni utili, fatto ascoltare la sua musica, consigliato sulle mostre da vedere e, appunto, mi ha portato durante una sua pausa pranzo anche in questo ristorante di Calle del Barco, dietro Gran Via.



L'aspetto è quello delle trattorie più modeste, anzi, a ben guardare direi addirittura "sgarrupate", sia negli esterni sia negli esterni, uno di quei posti, insomma, che in Italia t'immagini lungo le trafficate e grigie strade statali, frequentati da camionisti e agenti di viaggio seduti soli ai tavolini per 4. Invece siamo a Madrid, in una zona che a breve diventerà pedonale (ed è una conquista, perché di zone pedonali ce ne sono veramente poche ui). Ma la cucina è ruspante, genuina e, per me che non avevo mai mangiato venezolano, sorprendente direi.

Entriamo e ci sediamo al tavolo, si avvicina un ragazzino sui 17 anni tutto vestito di nero e saluta Oscar, poi saluta me e ci chiede che mangiamo. "Pabellon Criollo con baranda." Hmmmm... chissà che è, penso io.
"El pabellon", previene la domanda e mi spiega Oscar, "es un surtido de arroz, carne demeschada, caraotas (frijoles) negros, huevo y platano frito, y – a veces – algunas lonjas de aguacate."
Ah, però... Ops, traduco: Il pabellon è un piatto misto composto da riso, carne sminuzzata, fagioli neri, uova e platano fritto e, a volte, fette di avocado.

Azz... leggerino per un pranzo che si consuma "solo" alle 15.15 del pomeriggio, questo lo digerisco domani...

"A continuacion", dice Oscar rivolgendosi al chaval en negro, "dos empanadillas de mais con ternera y pollo." Le empanadas in Venezuela si fanno ovviamente col mais e si gustano arricchite di una salsina muy rica, chiamata "guasacaca", a base di aguacate, cioè avocado, olio, aceto, sale e prezzemolo.
Da bere: fress kolita, cioè una bibita assolutamente chimica dal sapore e dal colore di fragola chimica. Quando me lo dice, solo l'idea di berla con quanto abbiamo ordinato mi fa sentire male, ma vince la curiosità e la provo...mi ricredo: è la classica bevanda effervescente, kitch quanto basta per diventare di culto, un po' come il chinotto da noi... ha il suo perché e non è più terribile della coca cola. Solo, per pasteggiare, por favor preferirei agua sin gas.



Mi guardo attorno: ad un altro tavolo ci sono tre muratori in pausa pranzo, parlano spagnolo stretto e fumano nell'attesa dei piatti (qui, ancora si può nei locali, purtroppo...) poi vicino a loro un signore solo, con tutta l'aria di essere un agente immobiliare, mangia mentre legge El pais e purtroppo si vede che non fa caso a quel che mangia, chissà se almeno fa caso a quel che legge... Distaccati di altri due tavoli una famiglia latinoamericana (non so bene se venezolana o altro...) composta da mamma sorridente e rotonda, papà e niño. Tutti e tre hanno degli occhi nerissimi e lucentissimi e stanno mangiando una specie di polpettone fatto con farina di mais e avvolto in foglie di banano. Oscar mi spiega che è una polenta di mais farcita con carne e verdure, chiusa a fagottina e cotta in foglie di banano. La proxima vez, vale?, mi propone. Sì, la prossima volta.
Tutti gli avventori hanno l'aria di essere degli abitué."Beh, sì – mi racconta Oscar – la gente che viene qui non ci capita per caso, è gente che lavora qui vicino o che, venezuelana, peruviana o ecuadoreña che sia, sa di venire a manigiare in un posto de comida venezolana, de latinoamerica, sabes?"
"La gestione è familiare vero?"
"Sì il ragazzo che ci sta servendo è il figlio, mentre in cucina ci stanno il padre e la madre. Sono peruviani che hanno vissuto a lungo in Venezuela e da qualche anno si sono trasferiti in Spagna."
Ah, ecco perché accanto alla maglia della nazionale venezuala con le 3 strisce gialla, blu e rossa (a rappresentare, nell'ordine, l'America Latina, il mare e la Spagna) e le 8 stelle (prima erano 7, poi Hugo Chavez ne ha fatta aggiungere un'altra, che starebbe a rappresentare la provincia de Guayana, rivendicata a suo tempo da Bolívar e mai concessa allo stato latinoamericano), c'è un poster con le bellezze naturali del Perù. E mentre Oscar mi racconta qualcuna delle stramberie fatte dal loro Presidente (ogni casa, direbbe mia nonna, c'ha la sua croce!) arrivano le empanadille con l'aguasacaca: l'impasto è fatto con farina di mais e acqua, il ripieno con carne di vitello, in un caso, e di pollo, nell'altro, sminuzzate e passate in padella con aglio, cipolla e pomodoro. La salsina all'avocado completa il tutto creando un mix gustosissimo. Mi piace molto.



A ruota arriva anche el pabellon: è un bel piattone e ha un profumo incredibile. Oltre a quanto mi aveva già descritto Oscar c'è pure un'arrepa, cioè una specie di tigella, ma fatta con farina di mais bianca. Si taglia in due come una tigella e si farcisce con la carne desmechada del pabellon. L'aspetto di questa carne è strano, come se fosse stata fatta passare attraverso uno schiacciapatate a fori stretti. Oscar mi spiega che si fa una prima cottura del pezzo di carne in pentola a pressione e solo con acqua. Una volta cotta, viene sfilacciata, rigorosamente a mano, e passata in padella con aglio, cipolla, olio, pomodoro, pimenton (cioè peperone verde dolce: la cucina venezolana lascia al commensale il compito di rendere piccante il piatto, ma di per sé è dolce).
I fagioli neri, in venezolano caraotas negros, si mettono a bagno il giorno prima in acqua fredda, poi si sciacquano e si fanno cuocere, sempre in acqua, leggermente salata, nella pentola a pressione per 45 minuti. A questo punto, ben scolati, si passano in padella con l'ormai classico trito di aglio e cipolla, olio, pimenton verde ma qui c'è la sorpresa: una buona dosa di cumino. Sorpresa molto gradita, per il mio palato.
Il riso si salta prima per qualche minuto nell'olio con un battuto fine di cipolla, poi si allunga con il doppio della sua quantità di acqua bollente salata e si porta a cottura. Que falta? Be', ovviamente l'uovo è l'ultima cosa che si frigge e va messo sopra il riso, prima però si sbuccia e si taglia in quarti l'avocado, si sbuccia, si taglia a fette e si frigge anche la baranda, cioè il platano. E finalmente si mangia.
Mangio anch'io e mi sorprendo affamata...Come lo chiamiamo questo? Piatto unico, unicissimo direi. Ma non si fa fatica a terminarlo... per niente. Ottimo anche el pabellon.



Guardo l'orologio, sono le 16.15 e tra un quarto d'ora Oscar deve riprendere a lavorare, niente postre, purtroppo. Ma cosa avrei mangiato?
"Dulce de leche." Un classico della pasticceria latinoamericana...
"Sì, ma", precisa Oscar, "in Venezuela non è come negli altri Paesi... è più simile al pudding che si mangia qui." Vero, vero... allungo lo sguardo al tavolo a fianco al nostro e l'agente immobiliare, sempre perso nella sua lettura, sta mangiando un dolce simile al pudding che piace tanto ai madrileni...una specie di crema cotta nel forno a bagnomaria in questo caso a base soltanto di latte e zucchero e uova, con l'inconfondibile retrogusto di caramello. Non me la sento di scattare una fotina al piatto del signore, vabbe' che sembra distratto, però... meglio rimandare alla prossima volta e permettere ad Oscar di tornare al lavoro.

Prima di uscire spiego al ragazzo che ci ha serviti che scriverò di loro sul mio blog, anche se è cosa di poco conto, del tutto amatoriale, e per questo ho scattato delle foto ai piatti che mi ha portato. Lui mi sorride e mi chiede l'indirizzo della pagina web per andare a vedere il post. "Sì, ma guarda che è in italiano", gli dico.
"No pasa nada", mi risponde, "pero yo soy feliz si tu hablas de mi asì que quiero ver el articulo, tambien si no entiendo."
Giusto, ha ragione lui. Gracias, Oscar de haberme mostrado esta esquina del mundo desde una cocina.

1 commento:

Valeria ha detto...

Non vedo l'ora di tornare a Madrid per "incontrare" i posti che hai scoperto!