sabato 30 gennaio 2010

Hegel, Kant e i vortici

Acqua viva mi accena, nel suo ultimo post, a un vortice di fatti, che di qui a poco la porteranno a esprimere con parole, e cibo, le sue emozioni rispetto a quei fatti, immagino. E io mi fermo a riflettere sull'idea di vortice e sull'idea di fatto.

Vortice: fisicamente parlando sono le particelle di un fluido che, seguendo movimenti a spirale, convergono di solito in un punto, nel nucleo o nel centro del vortice, appunto. E parlando non fisicamente? Mi piace pensare che sia soprattutto l'idea di movimento a caratterizzare il vortice di fatti nel quale ci troviamo coinvolti, e in quanto movimento, nel bene o nel male è sempre meglio il vortice che la stasi, la paralisi, lo stagnare; lo stagno non evoca una bella immagine, se non quella delle favole, dove i ranocchi aspettano inermi il loro bacio, ma "stagno" è la prima cosa che mi viene in mente come antitesi di vortice, e continuo a preferire quest'ultimo.
Nel vortice però spesso non si sta bene, non so Acquaviva a cosa si riferisca, me lo dirà, mi auguro che il suo vortice sia entusiasmante, ma personalmente l'ultimo vortice nel quale mi sono messa io, volutamente, con tenacia e perseveranza, non è felice, non è piacevole, non è semplice da sostenere, però è vita, non è stagno, non è imputridire nella non azione. Quindi, per quanto mi costi sostenere la tesi, il vortice è cosa buona e giusta. A volte dolorosa, ma buona e giusta perché implica movimento e vita. E la vita è anche dolore.



Fatto: qui andiamo più sul difficile perché ci sono fatti oggettivi e perciò immediatamente reali per tutti, ma anche fatti soggettivi, cioè reali solo per alcuni. Mancano per questo di minore realtà? Dipende dalla filosofia che sposiamo.
Io sono partita da un punto di vista kantiano, volutamente realistico per approdare, nel corso dell'esistenza, ad uno strano, incomprensibile _ ahimé_ idealismo di ispirazione hegeliana. Cioè, col passare del tempo mi sono resa conto che la mia realtà, in quanto mia, poco aveva a che vedere con la realtà degli altri, quella oggettiva, riconosciuta e riconoscibile, e che un'idea, per il solo fatto di essere pensata, aveva – preciso: per me (in questo no, non sono hegeliana!) – realtà.
Allora che cos'è un fatto? Forse non dovremmo chiederci, prima di tutto, per chi è un fatto? è un fatto che io viva in maniera mia, unica delle emozioni, delle sensazioni, anche se queste non sono condivise. Il fatto di non essere condivise, toglie realtà alle mie sensazioni, alle mie emozioni? No, non toglie loro realtà, solo è triste sapere che non sia trasferibile la realtà di una tua emozione ad un altro soggetto, magari proprio quello che quell'emozione l'ha suscitata. O forse, in alcuni casi, è un bene che sia così, che l'unicità di quella sensazione non sia trasferibile, non sia condivisibile, non sia reale, perché questo ci permette di preservarne l'autenticità, la bellezza.



La vita è strana: al liceo non sopportavo Hegel e amavo Kant, la sua lucidità, manchevole ma pregevole negli intenti. Adesso mi scopro forzatamente, quasi rassegnatamente hegeliana, e Kant mi sembra un punto d'arrivo inarrivabile, una meta che non quaglia con il modo in cui la mia vita si è snodata in questi anni. Sto invecchiando? Sì, sto invecchiando.
En fin, un fatto è relativo sempre a chi lo percepisce e a come lo percepisce, per quanto oggettivo, comune possa essere, sarà sempre filtrato dalle menti che lo assimilano, dai pori che lo filtrano. Questo è kantiano o hegeliano?
A questo punto poco importa: questo è, per me, un fatto. Perciò, ci ritroviamo immersi in un vortice (nel mezzo del cammin di nostra vita, disse qualcuno...), in un movimento biodinamico di persone e fatti, più o meno introiettati, accolti, oppure del tutto interni, perché no?, e a questo movimento alcuni di noi si abbandonano (è la via migliore per uscirne indenni, senza dubbio alcuno, lasciarsi trasportare è più semplice) e altri si oppongono (ma quanta fatica, e sopratutto con quale vana illusione?). Questa è la scelta possibile, io credo, abbandonarsi o opporsi al vortice dei fatti, qualsiasi cosa esso sia, e nell'attesa? I più furbi non pensano. E se la passano meglio, forse campano pure cent'anni.

Che c'azzecca tutto questo con un blog di cucina?
Niente, ma la coerenza non è mai stato il mio forte.
C'est la vie...

2 commenti:

acquaviva ha detto...

...Vedi?! Ed io che pensavo di essere l'unica tanto fuori da parlare anche d'altro tra ricette di cucina...
A fare da ponte tra Hegel e Kant arrivati a questo punto ci starebbe bene Einstein (che vuoi, lo scientifico ti spinge all'interdisciplinarietà...), per cui il punto di vista incide sulla definizione di una verità che è per forza di cose relativa...
Ma tu in realtà non stai affatto parlando dell'interpretazione razionale di un fatto, bensì del suo impatto emotivo, che magari può anche essere "ragionevole", ma passa prima dal cuore e solo dopo dalla testa.
I vortici ti investono, ti abbattono e ti scagliano in alto, tutto insieme. Impossibile averne il controllo, si può solo viverli per quello che sono, cercando di minimizzare i danni e godersene le eventuali esaltazioni.
Di solito alle persone sagge viene istintivo il giusto comportamento, che mediamente è una stranissima alternatza di resistenza ed assecondamento. Solo a fine percorso ci si rende conto che l'istinto è una ragione inconsapevole, che c'erano dei motivi dietro le scelte compiute nonostante al momento non apparissero per niente chiari (o magari non apparissero del tutto!).
Mi piace aver (inconsapevolmente?)parlato di un vortice come di un percorso. Anche se ti ritrovi al punto di partenza in realtà dentro sei cambiata, quindi anche se sembra un cerchio non si gira affatto in tondo...

mariuzza ha detto...

No, non si gira in tondo, hai ragione. E hai ragione nel momento in cui tiri fuori l'impatto, che per sua natura è ontologico ed etico al tempo stesso. L'istinto dovrebbe essere la chiave per compiere nella maniera migliore il percorso. E il condizionale è d'obbligo. Forse sarebbe, e non cambio il modo verbale, meglio rendersene conto prima di arrivare a fine percorso. Ma è vero (adesso sì, reale, oggetivo) che la crescita si constata alla fine, e non durante.
Buona domenica, cara