mercoledì 22 febbraio 2017

elogio dell'indolenza (a tempo)

E no, non sono molto brava quando non ho scadenze… mi faccio travolgere dalla routine calma dei giorni e me li perdo - i giorni. Non li conto più.
E intanto loro passano, inesorabili, e con loro i mesi. Perciò scrivi una cosa a gennaio, affermi: ci vediamo presto, e ti ritrovi quasi a fine febbraio. Che hai fatto nel frattempo? Niente di serio, la vita ti trasporta, magari hai pure qualche impegno che si può dire, ma perlopiù cerchi di darti un programma per il futuro e i pezzetti del puzzle fanno fatica a incastrarsi, anzi anche i piccoli tasselli certi sembrano certi giorni non avvicinarsi più, far parte quasi di un altro disegno… Forse non sei più abituata a giocare, ma soprattutto non sei più capace di metterti in gioco in assenza di certezze (le uniche valide le devi produrre tu, del resto).
A dire il vero, L'avevo capito già anni fa: io sono una che va irregimentata per poter funzionare bene, senza troppe nevrosi a carico. Sì perché a me la libertà di gestirmi, l'assenza di doveri, mi fanno più danno che altro. Penso di essere ancora alla mia veneranda età come una bambina che messa in una stanza vuota si terrorizza, non coglie la bellezza e la potenza creativa di avere dinnanzi a sé un'ampia libertà di movimento. Al contrario, si paralizza. Mi paralizzo, quindi. E vengo investita da tutti i dubbi e tutte le paure che riguardano il futuro. E adesso? Cosa faccio? Non sarò in grado di, ma chi me lo ha fatto fare?
Cose da fare poi - dicono gli evoluti e i propositivi di cui è sempre più pieno il mondo (mah!) - ce ne sono sempre, sì, può essere, ma io verso in quella condizione melliflua e stagnante che le cose da fare non te le fa vedere, o se te le fa vedere, le deforma, te le fa sembrare inutili, un po' come delle prese per il culo che il tuo cervello fa al tuo cervello (dovrò parlarne prima o poi anche alla mia psicologa dell'agenda smarginata, deformata, se no che la pago a fare?).
E insomma, com'è come non è, mi tocca arrabattarmi per darmi regole e obiettivi a breve, medio e lungo termine. Due volte su tre non ci riesco, e mi sento pure in colpa, così la paralisi è assicurata.
E pure aggravata da quelli che ti chiamano e ti dicono, pensando di darti una mano: che fai oggi?
Ecco, qui poi raggiungiamo i vertici della frustrazione.
Di solito rispondo appositamente "niente", anche quando magari qualche cazzata da fare ce l'ho, però non so, mi sembra che se devi dire che hai un'intera giornata da dedicare a calzate, allora è meglio dire che non hai niente da fare, cioè mi pare brutto dire: ah, oggi vado in centro a piedi, così mi ossigeno il cervello, compro uova, burro e latte, così stasera invece di perdere un'ora e un quarto a scegliere un film su Sky (che poi non guardo), faccio una chilata di pasta choux (che poi ovviamente cuocio e regalo o surgelo sotto forma di bignè), magari passo da Sephora e mi compro pure una spazzola per non spezzare i capelli ricci!, e poi torno a casa. No, cioè, meglio dire niente. Mi sembra più degno.
Sarà che io ho un concetto molto rigido della dignità (eredità anomala e pesante di un papà terrone dai comportamenti teutonici), ma insomma "degno" è qualcosa di cui non ti devi vergognare, che puoi mostrare ai quattro venti senza sentirti sciocca, stupida, povera (di spirito).
Degno è contegno, socialmente accettabile, non discutibile. È più "degno" restare sul vago del "non faccio niente", dove magari si possono nascondere non detti, misteri, segreti, che far cadere il velo sulle piccole cazzate con cui si cerca di riempire le giornate, che si dovrebbero colmare di progetti e programmi, avanzamenti del corpo e dello spirito.
Ma ecco che quando l'attività neuronica sopravvissuta pure troppo all'età e alle interperie della vita si scatena sul dilemma: devo vergognarmi di non fare niente anche oggi? Dopo aver scandagliato tutte le umane possibilità di riempire il tempo con attività costruttive (compresi improbabili corsi di attività marziali o cori gregoriani), di colpo mi si rivela l'arcano: chi se ne fotte!
Sì, chi se ne fotte se una mattina mi alzo faccio colazione e torno a letto fino alle 11.30, quando si riaccendono i termosifoni e la casa finalmente si riscalda tornando abitabile. Chi se ne fotte se dopo aver lavorato per tanti anni ciondolo nell'inerzia per qualche mese e languisco in un senso di mollezza che non provavo più da quando ero bambina influenzata e guardavo scorrere le ore da sotto le coperte? Sono stata un soldatino per gran parte della mia vita, con agende piene zeppe di doveri e scarsissime di piaceri, mi sono concessa un solo anno sabbatico alla tenera età di 37 anni, prendo sempre tutto troppo sul serio e sono considerata "pesante", se pure "intelligente". La classica roccia per gli altri, confidente perfetta, ma mai miss frivolezza "andiamo a farci una birra e domani si vedrà".
Sono sola, non ho figli né famiglia a carico, credo di essere nel pieno diritto di perdermi nelle giornate grigie di gennaio e febbraio, nell'attesa che la primavera mi rinasca finalmente e mi rinverdisca i rami.
E poi, in questo non sempre dolce far niente, grazie ad amiche preziose (l'unica presenza stabile e duratura nella vita di una donna) riesco pure a ritagliarmi attimi di salutare fancazzismo, chiacchiere che ti aprono il cuore in affanno mentre si passeggia bordo lago, sul finire di una tiepida domenica, davanti ad un lago bianco e a una barchetta nera.


Tanto lo so che non durerà a lungo questo "vuoto", com'è giusto che sia... Ma crescere forse vuol dire anche sapersi godere il vuoto senza farsi venire l'ansia del pieno, che poi magari, spesso risulta inutilmente pieno...

2 commenti:

CuriosityLeadsTheCat ha detto...

Belle parole! Sembra una cosa facile gestire il "vuoto" e invece è l'unica cosa che non ci insegnano a fare...e sarà la tua più grande conquista, vedrai.
Inoltre, indulgere, ogni tanto, anche nelle nostre debolezze secondo me è salutare: non siamo supereroi, a volte dobbiamo prenderne atto e da questo trarre nuova forza.

mariuzza ha detto...

Sì, è vero, non è incluso nell'educazione che riceviamo apprendere a gestire i vuoti e ad accogliere le fragilità che ci portiamo dentro...
s'impara a singhiozzo, ad un certo punto, soprattutto se si è stati cresciuti nel dovere morale e sociale dell'efficienza, e poi la vita ti sparpaglia le carte, ma si può fare.